Thierry Henry: i segreti di chi ha vinto, perso e allenato in un Mondiale

Thierry Henry si racconta a 70 giorni dai Mondiali 2026: dai trionfi del 1998 alle delusioni da allenatore, ecco cosa serve per vincere la Coppa del Mondo.

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Thierry Henry con la maglia della Francia (Shutterstock)

"Senti subito se un gruppo ha un buon odore o meno". Thierry Henry non usa giri di parole per descrivere l'atmosfera elettrica che precede un Mondiale. L'ex fuoriclasse francese, oggi opinionista e allenatore, ha vissuto la rassegna iridata da ogni angolazione possibile: da giovanissimo campione nel 1998 a finalista sconfitto nel 2006, fino al ruolo di assistente in panchina con il Belgio nel 2018 e 2022. A 70 giorni dal calcio d'inizio di USA-Messico-Canada 2026, Henry ha analizzato con The Athletic le dinamiche invisibili che decidono il destino di una nazionale, sottolineando come la coesione conti spesso più del talento puro.

L'innocenza del 1998 e il peso del 2002

Nel 1998, Henry era un ventenne quasi "per caso" nella lista di Aimé Jacquet. "Non ero in nessuna lista dei media, nemmeno tra le possibili sorprese", ricorda sorridendo. Eppure, finì il torneo come capocannoniere della Francia campione. Quella leggerezza giovanile si trasformò in pressione insostenibile quattro anni dopo: "Nel 2002 lo shock fu enorme perché eravamo, sulla carta, la squadra migliore del mondo. Ma io e Zidane arrivammo infortunati e tutto crollò". Secondo Henry, il problema principale del calcio moderno è l'impossibilità di prepararsi atleticamente: a differenza di un olimpionico che si allena per mesi, un calciatore arriva al Mondiale dopo 70 partite stagionali e deve performare istantaneamente, spesso convivendo con acciacchi fisici.

La prospettiva del coach: gestire gli estremi

Passare dall'altra parte della barricata, come assistente di Roberto Martinez nel Belgio, ha aperto gli occhi a Henry sulle difficoltà gestionali. "Da giocatore finivo l'allenamento e andavo a rilassarmi. Da allenatore devi capire come portare allo stesso livello atletico chi ha giocato 70 partite e chi ne ha fatte 15". Henry cita l'esempio del 2018: "Non potevamo spingere troppo Eden Hazard, che era esausto, ma dovevamo sollecitare Vincent Kompany, stando attenti a non romperlo di nuovo". Oltre al fisico, la sfida è psicologica: mantenere felici i giocatori che non scendono in campo è il compito più difficile per un CT, un'arte che Didier Deschamps ha dimostrato di padroneggiare magistralmente negli ultimi dodici anni.

Il talento francese e l'ossessione per i calci piazzati

Guardando al 2026, Henry vede la sua Francia ancora una volta favorita grazie a un'abbondanza di talento offensivo quasi "ridicola", citando giovani stelle come Rayan Cherki ("Il pallone non è suo nemico, ha una tecnica bilaterale fuori dal comune"). Infine, l'ex attaccante dell'Arsenal liquida con un pizzico di ironia il recente dibattito tattico sull'importanza dei calci piazzati: "Non capisco perché se ne faccia un gran parlare oggi, come fosse una novità. La Francia ha vinto il Mondiale nel '98 con due colpi di testa da corner di Zidane. Il Manchester United ha vinto il Treble nel '99 con due corner. Le grandi partite si sono sempre decise così".