10/03/26, 15:37
Il tramonto degli Spurs: sette anni di errori e il fallimento del regno di Tudor
Analisi della crisi profonda del Tottenham: dal disastro tattico di Igor Tudor alle colpe storiche della dirigenza. Un club da 600 milioni che rischia il baratro.

Igor Tudor, tecnico del Tottenham (Shutterstock)
La crisi del Tottenham non è un incidente di percorso, ma il culmine di uno psicodramma che dura da sette anni. Mentre il club rischia seriamente una retrocessione che avrebbe del clamoroso per una società capace di fatturare oltre 600 milioni di sterline, l'amarezza dei tifosi è alimentata da un senso di ingiustizia profonda: i responsabili del disastro ne usciranno con le tasche piene, mentre il popolo degli Spurs resterà a raccogliere le macerie. La transizione post-Postecoglou, gestita con approssimazione, ha portato alla scelta di Thomas Frank prima e di Igor Tudor poi, trasformando la stagione in un catalogo della vergogna.
Il fallimento di Igor Tudor e la mancanza di grinta
L'arrivo di Igor Tudor, raccomandato dall'ex dirigente Fabio Paratici, si è rivelato un disastro totale. Il tecnico croato, la cui reputazione di "duro" è svanita in appena 28 giorni, ha collezionato tre partite, zero punti e nove gol subiti. La squadra appare tatticamente confusa — incerta se pressare o attendere — e priva di quella cattiveria agonistica necessaria per salvarsi. Emblematiche sono le prestazioni di Guglielmo Vicario, apparso indeciso e in preda al panico, e del capitano Cristian Romero, già alla sua quarta squalifica stagionale. Persino Micky van de Ven è crollato sotto la pressione, come dimostrato dall'espulsione folle nella sconfitta contro il Crystal Palace.
Responsabilità ai vertici: una proprietà sul banco degli imputati
Oltre ai demeriti del campo, l'articolo punta il dito contro la gestione strategica di Daniel Levy e della proprietà ENIC. Per anni, i difetti strutturali nel reclutamento e nei trasferimenti sono stati mascherati dal talento puro di Harry Kane e Son Heung-min. Senza i loro fuoriclasse a fare da scudo, la mediocrità dei vertici societari — da Johan Lange a Scott Munn — è stata smascherata. Mentre i pochi meritevoli come Archie Gray, James Maddison e Dejan Kulusevski affondano con il resto della truppa, la dirigenza sembra più preoccupata delle valutazioni miliardarie del club che della realtà sportiva di una squadra che, paradossalmente, si sta dirigendo verso la Championship.