Il caso Vlachovsky: lo scandalo delle riprese rubate nelle docce di una squadra femminile

Il tecnico Petr Vlachovsky filmava le sue calciatrici nude negli spogliatoi. Nonostante la condanna, può ancora allenare all'estero: l'urlo di Kristyna Janku contro l'impunità nel calcio.

Immagine notizia

Scandalo negli spogliatoi (Shutterstock)

Per Kristyna Janku, ex stella della nazionale ceca e bandiera dello Slovacko, il calcio era "casa". Quel senso di sicurezza è andato in frantumi quando la polizia l'ha convocata per identificarsi in una serie di video e foto pedopornografiche. A girarli, tra il 2019 e il 2023, era stato il suo allenatore, Petr Vlachovsky, una figura di spicco premiata in passato come miglior coach del calcio femminile ceco. Vlachovsky nascondeva microcamere nello zaino per riprendere 15 calciatrici — la più giovane di soli 17 anni — mentre si cambiavano o facevano la doccia. Un tradimento atroce, perpetrato da un uomo che la Janku considerava un amico e di cui conosceva persino la famiglia.

Una sentenza "ridicola" per un abuso permanente

Nel maggio 2025, un tribunale penale ha condannato Vlachovsky a un anno di reclusione (con pena sospesa) e al divieto di allenare in Repubblica Ceca per cinque anni, dopo averlo trovato colpevole anche di possesso di materiale pedopornografico. Alle vittime è stato riconosciuto un risarcimento di circa 900 euro (20.000 CZK). Janku ha definito la sentenza "ridicola", sottolineando come il trauma subito dalle atlete durerà per tutta la vita. Molte compagne hanno avuto crisi di vomito alla scoperta della verità, alcune hanno abbandonato il club e altre necessitano ancora di supporto psicologico. Oggi Janku gioca in Polonia, ma ammette di vivere con il costante timore di essere osservata ogni volta che entra in uno spogliatoio nuovo.

Il vuoto normativo e l'appello della FIFPRO

Nonostante la gravità dei fatti, esiste un paradosso normativo inquietante: il divieto di allenare di Vlachovsky è limitato al territorio ceco. Teoricamente, nulla gli impedisce di firmare per un club all'estero. La FIFPRO, il sindacato mondiale dei calciatori, ha chiesto con forza alla FIFA di estendere la squalifica a livello globale e a vita. "È un abuso sessuale, anche se senza contatto fisico", ha dichiarato Barbara Mere Carrion, legale della FIFPRO. Il sindacato denuncia come la mancanza di un database globale dei trasgressori e l'assenza di obblighi per le federazioni nazionali di segnalare tali casi alla FIFA permettano agli abusatori di spostarsi in "zone d'ombra" dove il rischio di essere scoperti è minimo.

Un sistema che non protegge le atlete

Il caso solleva interrogativi profondi sulla struttura di potere del calcio mondiale. Secondo Alex Phillips, segretario generale della FIFPRO, le federazioni hanno un conflitto di interessi: non sono incentivate a indagare sui propri affiliati poiché sono parte del sistema che garantisce loro il potere politico. Nel calcio femminile, il problema è aggravato dal fatto che molte atlete non sono considerate dipendenti a tempo pieno, finendo in fondo alla scala gerarchica delle priorità dei vertici. "Non è mancanza di capacità, è mancanza di volontà", accusa Alex Culvin della FIFPRO, evidenziando come i meccanismi di segnalazione della FIFA siano ancora troppo poco conosciuti o inaccessibili.

Parlare per cambiare: il coraggio di Kristyna Janku

Se il caso è diventato di dominio pubblico, è solo grazie al coraggio di Kristyna Janku, che ha deciso di rinunciare al silenzio per proteggere le generazioni future. "Se c'è una possibilità di rendere il calcio più sicuro per le ragazze, voglio provarci", ha dichiarato. La sua battaglia mira a introdurre riforme drastiche nel codice disciplinare, come quelle proposte dal sindacato ceco CAFH, e a garantire che chi commette abusi di potere non possa mai più sedersi su una panchina. La speranza è che la testimonianza della Janku diventi un punto di svolta simile al movimento MeToo, costringendo le istituzioni a credere alle giocatrici e ad agire prima che il prossimo "Vlachovsky" trovi un altro spogliatoio da violare.