George Best, 80 anni di un mito: i 5 motivi per cui il "Quinto Beatle" era un genio assoluto
Il 22 maggio George Best avrebbe compiuto 80 anni. Riviviamo il mito del fuoriclasse del Manchester United attraverso i cinque segreti della sua genialità.

George Best, leggenda del Manchester United (ShutterStock)
Oggi 22 maggio George Best avrebbe compiuto 80 anni. Sono passati sei decenni da quando ha iniziato a incantare il pubblico e più di quaranta dalla sua ultima partita, eppure il suo mito resiste al tempo in modo unico. Per le generazioni più giovani, che non hanno potuto ammirarlo dal vivo con le maglie del Manchester United o dell'Irlanda del Nord, il paragone più calzante è quello con Lionel Messi. A confermarlo è Sammy McIlroy, altra leggenda dei Red Devils e suo connazionale, che crebbe con il mito di Best prima di averlo come mentore e compagno di squadra: "Messi ha un'abilità straordinaria nel dribbling, ma George faceva le stesse cose negli anni '60, quando i campi erano disastrosi e i difensori entravano solo per farti del male. Lui incassava i colpi duri, si rialzava e ne chiedeva ancora. Aveva un talento naturale: destro, sinistro, tiro, colpo di testa e contrasto".
Un killer d'area: la freddezza del capocannoniere
Il primo motivo che rendeva Best un giocatore generazionale era la sua incredibile capacità balistica, unita a un'immaginazione fuori dal comune. Un esempio perfetto rimasto nella storia è il celebre gol contro il Tottenham nel febbraio del 1971. Su un pallone respinto di pugno dal portiere Pat Jennings, l'ala dello United si ritrovò la sfera al limite dell'area, circondato da maglie avversarie. Con un solo pensiero in testa, coordinò un pallonetto millimetrico che si insaccò appena sotto la traversa, superando persino i due difensori degli Spurs appostati sulla linea di porta. Una prodezza di pura precisione ed estro.
Equilibrio e coraggio: l'arte di restare in piedi
Nel calcio rude degli anni Settanta, restare in piedi non era una scelta, ma un'impresa. Il perfetto equilibrio dinamico di Best venne sublimato in un match di Coppa di Lega contro il Chelsea nell'ottobre del 1970. Lanciato a rete, subì un intervento durissimo all'altezza del tronco da Ron Harris, passato alla storia come "Chopper" per la sua proverbiale cattiveria agonistica. Nonostante il difensore cercasse intenzionalmente di abbatterlo, Best non perse l'equilibrio, saltò il portiere in uscita e scivolò per spingere la palla in rete. Un mix di coraggio, forza fisica e coordinazione che lasciò lo stadio a bocca aperta.
Velocità fulminea e l'istinto per i grandi match
Il fuoriclasse nordirlandese possedeva un'accelerazione pazzesca che disorientava le difese, come accadde contro lo Sheffield United nel 1971, quando partendo da 25 metri dalla porta saltò quattro difensori andando in orizzontale per poi piazzare il pallone nell'angolo lontano. Ma Best era soprattutto un uomo da grandi appuntamenti. Il punto più alto della sua carriera resta la finale di Coppa dei Campioni del 1968 contro il Benfica. Su un rinvio lungo del portiere e una sponda aerea, controllò la sfera facendo passare il pallone tra le gambe dell'ultimo difensore portoghese, saltò il portiere in uscita e depositò in rete di sinistro, regalando lo storico trionfo al Manchester United.
Il dribbling divino: quando umiliò Bobby Moore
L'essenza pura del calcio di George Best risiede però nella sua inarrivabile capacità di saltare l'uomo, una dote che mise in mostra nella tripletta rifilata al West Ham nel settembre del 1971. In quell'occasione, Best controllò la palla sulla fascia sinistra, ubriacò di finte il terzino avversario e si accentrò verso l'area di rigore. Lì si trovò di fronte nientemeno che Bobby Moore, il capitano dell'Inghilterra campione del mondo e uno dei difensori più forti della storia. Con una finta di corpo disarmante, Best mandò a vuoto il leggendario difensore e scaricò un destro potentissimo alle spalle del portiere degli Hammers, siglando una delle reti più iconiche dell'intera storia del calcio britannico.