Mondiali 2026, maglie ribelli: perché Olanda, Giappone, Australia e Nuova Zelanda non vestono i colori della bandiera
Dal blu dei Samurai al celebre Orange olandese: scopriamo i motivi storici, botanici e scaramantici per cui molte nazionali di calcio ignorano i colori del proprio vessillo.

I giocatori dell’Olanda in maglia “orange” (ShutterStock)
Nel mondo del calcio, alcune associazioni cromatiche sembrano scontate: l'Algeria gioca in verde, la Svizzera in rosso e il Brasile in giallo. Ci sono nazioni, invece, che hanno intrapreso percorsi decisamente più inaspettati, slegati dalle tinte della propria bandiera. Il caso più celebre è quello dei Paesi Bassi. Durante i grandi eventi sportivi, i tifosi tingono tutto di arancione, coniando persino il termine oranjegekte (follia orange) per descrivere questa frenesia collettiva. Eppure, l'arancione non compare nel vessillo nazionale rosso, bianco e blu. Il motivo è territoriale: nel XVI secolo, Guglielmo d'Orange, padre della patria, ereditò il piccolo Principato d'Orange situato nel sud della Francia. Il colore si impose prima come simbolo della monarchia e poi dell'intero Paese. Anche se in seguito la bandiera sostituì l'arancione con il rosso per garantire una maggiore visibilità in mare, la maglia da calcio rimase indissolubilmente legata a questa tinta, nonostante il traumatico debutto del 1907 calcistico, una pesante sconfitta per 12-2 contro l'Inghilterra.
Giappone e il battesimo del blu portafortuna
Se la bandiera del Giappone è una combinazione minimale di bianco e rosso, la sua nazionale di calcio è universalmente nota come quella dei Samurai Blue. Questo paradosso cromatico nasce da un curioso concorso di circostanze accadeemiche. Nel 1930, in occasione dei Giochi dell'Estremo Oriente organizzati a Tokyo, fu l'Università Imperiale della capitale a rappresentare l'intero Paese, scendendo in campo con delle divise azzurre. Quella tonalità venne mantenuta e, nel 1936 a Berlino, il Giappone ottenne la sua prima storica vittoria internazionale battendo la Svezia per 3-2. Da quel momento, subentrò la superstizione. Tra il 1988 e il 1992 la federazione provò a virare sui colori tradizionali bianco e rosso, ma i risultati furono fallimentari: eliminazione al Mondiale 1990 e brutta figura ai Giochi Olimpici di Barcellona. Nel 1992 si scelse così di tornare al blu, in una tonalità più scura, e il Giappone vinse immediatamente la Coppa d'Asia. Da allora, nessuno ha più osato cambiare.
Socceroos: una scelta dettata dalla botanica
Nel caso dell'Australia, la bandiera rispecchia la tradizione anglosassone con il rosso, il bianco e il blu, ma sul rettangolo verde i suoi atleti brillano in giallo e verde. Dai Wallabies del rugby ai Socceroos del calcio, fino alle delegazioni olimpiche, l'intero panorama sportivo australiano indossa questa combinazione bicolore. La spiegazione affonda le radici nella botanica e nella storia del Paese. Nel 1901, anno della nascita della Federazione australiana, il golden wattle (l'acacia dorata) fu inserito nello stemma ufficiale del Commonwealth come simbolo di unità nazionale. Anche se il verde e l'oro sono stati riconosciuti ufficialmente come colori nazionali solo nel 1984, le selezioni sportive li adottavano già da decenni: i rugbisti dal 1928 e i calciatori fin dal loro storico debutto ai Mondiali del 1974. Ancora oggi, il 1° settembre, giornata nazionale che segna l'inizio della primavera, è tradizione per gli australiani appuntarsi al petto un fiore di acacia.
All Whites: la nascita di un'identità in contrapposizione al rugby
In Nuova Zelanda il nero è il colore sacro dello sport: domina nel rugby con i leggendari All Blacks, nel cricket con i Black Caps, nel basket con i Tall Blacks e nell'hockey con i Black Sticks. Ed è proprio per rompere questa egemonia cromatica che i calciatori neozelandesi hanno fatto una scelta controcorrente, optando per il bianco. Inizialmente, anche la nazionale di calcio scendeva in campo in tenuta nera. La svolta avvenne nel 1982, durante le qualificazioni ai Mondiali, quando la squadra scelse di indossare una divisa interamente bianca per una sfida contro Taiwan. Da quell'esatto momento nacque il soprannome All Whites, un'identità nata per diretta e fiera contrapposizione ai cugini del pallone ovale.
Il caso Italia: l'eredità di una monarchia scomparsa
Anche l'Italia offre un paradosso totale: pur avendo una bandiera verde, bianca e rossa, la Nazionale (grande assente ai Mondiali 2026 dopo la terza eliminazione consecutiva ai playoff) veste storicamente d'azzurro. Al debutto nel 1910, i calciatori italiani giocarono in realtà in maglia bianca. Già a partire dal 1911, tuttavia, la federazione scelse di adottare l'azzurro in omaggio alla Casa di Savoia, la dinastia di Vittorio Emanuele II, primo re dell'Italia unificata, i cui stemmi erano appunto bordati di questa tonalità. Trattandosi di una nazione molto giovane, l'azzurro divenne rapidamente un potente simbolo di unità. Nel 1946 la monarchia fu abolita e la famiglia Savoia fu esiliata dal Paese, ma il colore della maglia non venne toccato. Forti di quattro titoli mondiali conquistati nel corso della storia (1934, 1938, 1982 e 2006), i dirigenti italiani non hanno mai ritenuto necessario rinunciare a una tradizione così vincente.