Mondiali 2026, caos visti: l'Iran ne recupera 4, ma il Presidente della Federazione resta bandito dagli USA

Tensioni politiche ai Mondiali 2026: quattro membri dello staff dell'Iran vincono il ricorso per il visto USA, ma 11 delegati, tra cui il presidente Taj, restano fuori.

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Tifosi dell'Iran (Shutterstock)

La spedizione dell'Iran ai Mondiali 2026 continua a essere pesantemente condizionata dalle fortissime tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti. Nelle ultime ore si è sbloccata parzialmente la travagliata vicenda legata ai visti d'ingresso per la delegazione asiatica: quattro membri dello staff tecnico e societario hanno infatti vinto il ricorso contro il primo rifiuto delle autorità doganali americane. Tra coloro che hanno finalmente ottenuto il passaporto timbrato figurano un analista tattico dello staff e due funzionari del dipartimento internazionale della federazione. Il bilancio complessivo resta però fortemente deficitario per l'Iran: ben 11 componenti del gruppo non avranno il permesso di mettere piede sul suolo statunitense per seguire le partite ufficiali della nazionale.

Il muro di Washington: respinto il presidente Mehdi Taj

I ricorsi presentati dagli altri sei membri della delegazione sono stati respinti senza appello dalle autorità di Washington. Tra i profili esclusi spiccano nomi di primissimo piano della Federcalcio iraniana (FFIRI), a partire dal presidente Mehdi Taj e da uno dei suoi vicepresidenti. Oltre ai vertici dirigenziali, gli Stati Uniti hanno confermato il bando anche per due amministratori di campo responsabili delle operazioni quotidiane, un addetto stampa e un responsabile della sicurezza (mentre un secondo ufficiale dei media aveva rinunciato a fare ricorso dopo il primo no). Questa situazione ha costretto la nazionale a spostare l'intero quartier generale logistico in Messico, a causa dei timori legati allo stato di guerra virtuale tra Teheran e gli USA.

Lo scontro sulle forze armate e il bando ai tifosi

Il nodo centrale del contendere risiede nei legami di diversi delegati con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). La federazione iraniana aveva posto alla FIFA dieci condizioni per partecipare al torneo, pretendendo il libero accesso anche per atleti e dirigenti che avessero svolto il servizio militare nell'IRGC. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha però ribadito la linea dura: calciatori benvenuti, ma restrizioni severe per chiunque sia collegato ai Pasdaran. Una rigidità che si è abbattuta anche sui tifosi, ai quali le autorità statunitensi hanno revocato i biglietti per la fase a gironi, e che ricalca quanto già accaduto ad aprile, quando l'intera delegazione iraniana fu respinta alla frontiera canadese prima del Congresso FIFA a Vancouver.

Esordio a Los Angeles e l'affondo di Sepp Blatter

Nonostante il caos burocratico e i ranghi ridotti a livello societario, l'Iran farà il suo esordio ufficiale nella competizione lunedì 15 giugno a Los Angeles contro la Nuova Zelanda. Il calendario prevede poi il ritorno a LA il 21 giugno per la sfida contro il Belgio, prima del match finale del girone a Seattle contro l'Egitto il 26 giugno. Il caso dei visti iraniani, unito al clamoroso respingimento dell'arbitro somalo Omar Artan, ha scatenato la dura reazione dell'ex presidente della FIFA Sepp Blatter. L'ormai novantenne ex dirigente ha attaccato duramente l'attuale governance sui social, ricordando che un Paese ospitante deve garantire la totale sicurezza ma anche l'ingresso senza restrizioni a tutte le squadre, ufficiali di gara e arbitri qualificati, senza mai compromettere l'universalità del calcio.